Quando la conversazione cade sulla scrittura assistita dall’intelligenza artificiale, capita spesso di sentire, tra le righe, un imbarazzo che nessuno dichiara apertamente. Chi la usa tende ad abbassare la voce, come se ci fosse qualcosa da giustificare prima ancora che qualcuno lo chieda. Un sondaggio condotto negli USA, nel 2025, su oltre mille autori ha misurato quello che si respira da tempo tra chi per lavoro usa la scrittura: tre autori su quattro, tra chi usa l’intelligenza artificiale per scrivere, non lo dice ai propri lettori.
Quella reticenza racconta un’equazione diffusa: se c’è di mezzo una macchina, il merito ne esce sminuito, come se il lavoro non fosse più davvero opera di chi firma. È un’equazione che stona con quello che vivo ogni volta che scrivo con questi strumenti: uno stimolo, spesso, più che una scorciatoia. Qualcosa che mi ha fatto scrivere meglio di quanto avrei fatto da solo, non peggio.
Di questa distanza, tra il sospetto pubblico e l’esperienza reale, ho parlato spesso, nelle aule di formazione in cui lavoro. E ne ho parlato anche con Alessandra Perotti, editor e writer coach, un’amica con cui il confronto è un’abitudine consolidata su molti temi.
Ci siamo detti che mancava, nel dibattito, un’altra narrazione: non la difesa acritica dello strumento, e nemmeno il suo rifiuto, ma un modo per tenere insieme l’uso dell’intelligenza artificiale e la responsabilità di chi scrve.
Da quella conversazione è nata l’idea di mettere insieme un gruppo di persone che condividessero questa stessa urgenza.
A novembre del 2025 il comitato promotore era già al completo: undici persone, riunite nei primi incontri, scelte non per competenza tecnica sull’intelligenza artificiale ma per la sensibilità con cui ciascuna tratta le parole nel proprio mestiere. Cristiano Carriero e Lucia Tilde Ingrosso vengono dal giornalismo, Barbara Reverberi anche, con un occhio in più al lavoro autonomo. Paola Gaiani è editor e ghostwriter, Chiara Audenino porta la scrittura nelle scuole. Mariano Diotto studia il rapporto tra linguaggio e neuromarketing, Alessandro Vercellotti è avvocato specializzato in diritto del digitale. Come ha detto Enrico Zanieri durante uno dei primi incontri: «Prima ancora di usare l’intelligenza artificiale, c’è un problema: non usiamo abbastanza il cervello.»
Le opinioni, tra noi, non erano tutte uguali fin dal principio. Una parte del comitato avrebbe voluto un decalogo più operativo: principi accompagnati da istruzioni precise su come comportarsi, un testo più vicino a un manuale che a un manifesto. Io e Alessandra tenevamo molto a che restasse un testo di valori, capace di reggere anche quando gli strumenti di oggi saranno superati da altri. Erano due esigenze legittime, ed è stato un bene che il comitato se le sia dette apertamente invece di scegliere in fretta. Il confronto si è chiuso con una soluzione che le tiene insieme invece di far vincere una sull’altra: il decalogo resta un testo di principi, mentre la concretezza richiesta sta prendendo forma in un protocollo operativo separato, ancora in costruzione, pensato per mostrare come applicare quei principi nella scrittura di tutti i giorni.
Un’altra parte del comitato temeva un rischio diverso: che un testo etico finisse per suonare come un elenco di divieti, pesante e un po’ da convegno. Anche questa preoccupazione ha lasciato un segno concreto: abbiamo discusso a lungo del tono del Manifesto, e deciso che dovesse restare leggero.
Per arrivare a una versione condivisa del decalogo non ci siamo fermati agli incontri dal vivo: la bozza iniziale è stata messa a punto raccogliendo i contributi di tutti i membri, prima di essere discussa insieme, rivista e approvata da tutto il comitato.
«Il manifesto è iterativo, non è scritto sulla pietra: quello di cui parliamo cambia continuamente», ha detto Matteo Bortolotti in uno di quei primi incontri. Vale per il decalogo tanto quanto per il modo in cui lo abbiamo scritto: confrontandoci, cambiando idea, tornando più volte sulle questioni. Il decalogo che ne è uscito non è fermo, ed è pensato per non esserlo mai del tutto: se cambierà ancora, sarà il segno che il principio da cui siamo partiti sta ancora funzionando.