C’è chi esita a firmare il Manifesto perché pensa di doversi prima schierare: a favore o contro l’uso dell’intelligenza artificiale nella scrittura. Il Manifesto, però, chiede un’altra cosa.
Chiede se, quando pubblichi un testo a tuo nome, quel testo dice davvero quello che pensi. Non importa se per arrivarci hai usato un modello linguistico dall’inizio alla fine, o se non l’hai aperto nemmeno una volta. Conta la decisione finale, e chi l’ha presa. Due dei dieci principi lo dicono esplicitamente: il quinto ricorda che le parole generate hanno bisogno di un giudizio umano per diventare vere; il sesto che un testo resta tuo anche quando è stato scritto insieme a una macchina.
Chi scrive ogni giorno con l’aiuto dell’intelligenza artificiale può firmare, se si assume la responsabilità di ogni riga che pubblica. Chi non la usa quasi mai può firmare allo stesso modo, per lo stesso motivo. È il giudizio che hai esercitato a contare, qualunque sia stato il tuo rapporto con lo strumento quel giorno. Non è un caso che il comitato che ha scritto il Manifesto sia stato scelto con lo stesso criterio: undici persone selezionate per la sensibilità con cui trattano le parole nel proprio mestiere, non per competenza tecnica sull’intelligenza artificiale.
Firmare dichiara qualcosa che non dipende dallo strumento che usi oggi, e che resterà vero anche quando ne userai uno diverso, magari uno che ancora non esiste: che quello che pubblichi a tuo nome lo hai deciso tu, fino in fondo. È anche il motivo per cui il comitato ha scelto di scrivere un testo di valori invece che un manuale di istruzioni tecniche: le istruzioni invecchiano insieme allo strumento, i principi no.
È a questa domanda che la firma risponde: non quanta intelligenza artificiale hai usato, ma quanto ti sei preso la responsabilità di quello che hai scritto.
14/08/2026 · valori · Fulvio Julita
Perché firmare il Manifesto: un gesto che parla di responsabilità, non di tecnologia
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