06/10/2026 · Giuliana Laurita

Essere o sembrare: il patto di verità tra chi scrive e chi legge

ESSERE

“Ricordo che nella sala riunioni il silenzio era totale. Il cliente ci guarda e ci dice: non avete capito niente, è tutto sbagliato”.

Immaginiamo di leggere queste righe all’inizio di un articolo professionale. Prima ancora di sapere come prosegue, abbiamo già attribuito a chi scrive un’esperienza: il ricordo, quel silenzio, la frase brutale del cliente ci portano dentro una scena che siamo portati a considerare vissuta, e ci predispongono, quasi senza accorgercene, a fidarci di chi la racconta.

Ora, quella scena l’ho inventata io, per questo articolo. Ma avrebbe potuto aprire un racconto, una testimonianza autentica oppure un post generato chiedendo all’IA di “aggiungere un aneddoto personale”, e le parole sarebbero state più o meno identiche. A cambiare sarebbe stata la cornice, perché il racconto dichiara di essere finzione prima ancora di cominciare, mentre la testimonianza chiede di essere creduta. Il post scritto con l’IA esce invece sul profilo di chi lo firma, accanto a tutti gli altri suoi testi, e chi legge non ha alcun modo di sapere da dove venga. Tutta la garanzia, a quel punto, ricade su una persona sola: chi firma.

Che cosa ci fa credere un testo

Da quando lavoro con l’IA questa domanda mi accompagna di continuo, cosa che mi fa tornare a uno strumento che ho imparato a usare molti anni fa, studiando semiotica: il contratto di veridizione. Il nome è un po’ austero, l’idea che c’è dietro è semplice. Ogni testo propone a chi legge qualcosa come vero, e chi legge decide se accettare, negoziare o rifiutare quella proposta, basandosi sugli indizi che il testo gli offre, sulle proprie aspettative e sul contesto. Lo facciamo di continuo, senza pensarci: crediamo a un romanzo in un modo e a una testimonianza in un altro, anche quando raccontano la stessa scena.

Algirdas Julien Greimas, il semiologo che ha dato forma a questa idea, la descriveva come un gioco tra due dimensioni, l’essere e il sembrare. Incrociandole, otteniamo quattro situazioni che chiunque scriva conosce benissimo, anche se non le ha mai chiamate così. Quando un testo è ciò che sembra, siamo nel vero. Quando sembra qualcosa che non è, siamo nella menzogna. Quando è qualcosa che è ma non sembra, siamo nel segreto (è anche il caso, più frequente di quanto si pensi, di un’esperienza autentica raccontata in modo così impacciato da risultare poco credibile). Quando infine non è e nemmeno sembra, siamo nel falso.

Parlando di IA, la casella che mi interessa di più è la menzogna, perché in questo schema la parola perde il suo peso morale: descrive il modo in cui un testo è costruito e prescinde dalle intenzioni di chi lo scrive. Ci si può finire dentro senza aver mai voluto mentire, ed è ciò che succede quando accettiamo, senza rileggerla, una frase che l’IA ci ha proposto.

Il sembrare, del resto, appartiene a ogni scrittura, e sarebbe ingenuo pensare di poterne fare a meno, perché anche l’esperienza più autentica ha bisogno di prendere forma nelle parole per diventare riconoscibile agli altri. La vera questione riguarda ciò che sta sotto.

Come si costruisce un effetto di autenticità

Torniamo nella sala riunioni. Quel “ricordo” mi trasforma in testimone. Il silenzio totale è un dettaglio che non serve a far avanzare la storia, ed è proprio per questo che la rende credibile: Roland Barthes lo chiamava effetto di realtà, quel particolare superfluo che sembra assicurarci che le cose siano andate davvero così. E l’ammissione dell’errore, che espone una fragilità invece di celebrare un successo, mi fa apparire sincera. In tre righe, il testo vi ha offerto almeno tre buone ragioni per fidarvi di me.

Succede lo stesso con la competenza, quando scriviamo “nei progetti che seguo, questo problema ricorre spesso” e chiediamo al lettore di riconoscerci un sapere maturato sul campo, o quando apriamo con “le ricerche dimostrano che…” e chiamiamo in causa l’autorità di una conoscenza verificata. E succede con la vicinanza, perché un “ti confesso” o un “detto tra noi” costruiscono una confidenza e promettono un’intimità che chiede, anch’essa, di essere onorata. A guardarla bene, ognuna di queste formule è una piccola promessa.

Perché l’IA è così brava in tutto questo? Perché ha incontrato queste formule in milioni di testi e ha imparato dove compaiono e quale effetto producono. Il suo lavoro consiste nel proporre la continuazione più plausibile, e la plausibilità abita per intero nel regno del sembrare: il Manifesto etico lo ricorda nel suo secondo principio, quando osserva che un testo plausibile può essere, nello stesso momento, sbagliato. Così l’IA può costruire una scena convincente, prendere in prestito il lessico di una professione, inserire un’esitazione che renda spontanea una voce, anche quando nel materiale che le abbiamo affidato non c’è alcuna esperienza né alcuna ricerca a sostenerle.

Sarebbe però un errore fermarsi qui, perché la stessa abilità può lavorare a nostro favore. L’IA può aiutarci a raccontare un episodio che abbiamo vissuto davvero, a mettere in ordine ciò che sappiamo, a trovare le parole per un’emozione che è nostra; può aiutare, in altre parole, un testo vero a uscire dal segreto e a farsi riconoscere. L’origine automatica di una frase, da sola, dice poco sulla sua verità, perché è nel rapporto con chi la firma che quella frase trova, oppure perde, il proprio fondamento.

La trasparenza come cura del patto

Per questo, quando chiediamo all’IA di “rendere più personale” un testo, vale la pena rileggere il risultato con un sospetto affettuoso. Immaginiamo di chiedere all’IA di rendere più personale un post sull’importanza di ascoltare i colleghi. Nella nuova versione compare questo passaggio: “Ho imparato quanto conta l’ascolto quando una persona del mio team mi ha confessato di essere sull’orlo del burnout. Quel giorno ho chiuso il computer e sono rimasta con lei per due ore”. In poche righe ci siamo ritrovati con una collaboratrice in difficoltà, una confidenza delicata e un gesto di cura che ci fa apparire come la responsabile che tutti vorrebbero avere. Tutto inventato.

E così via, con tutte le varianti che riguardano la sedicente personalizzazione. Se nella nuova versione compare un ricordo che non abbiamo mai fornito, il testo ha fatto una promessa di esperienza a nome nostro. Se un’ipotesi è diventata una certezza, ha alzato la garanzia di conoscenza che offriamo a chi legge. Se spunta un “ti confesso”, ha stretto un legame di confidenza che nessuno aveva deciso di stringere.

Il decimo principio del Manifesto dice che un contenuto è autentico quando è pensato e voluto da chi lo firma, per quanto spontaneo possa apparire. La semiotica aiuta a dare corpo a questa idea: l’autenticità sta nel rapporto tra ciò che un testo sembra e ciò che è, e quel rapporto può garantirlo soltanto chi scrive. La trasparenza diventa allora una forma di cura per le promesse che facciamo. Dichiarare di aver usato l’IA aiuta chi legge a capire come è nato un testo; resta da fargli capire che cosa sta leggendo, e cioè che un esempio inventato è un esempio, che una testimonianza viene da qualcuno che c’era, che dietro un’affermazione autorevole c’è una fonte che possiamo indicare.

Il mio suggerimento, quando rileggiamo, è di fermarci sui passaggi che chiedono fiducia e di farci tre domande, semplici e a volte un po’ scomode: quel ricordo è mio? Quella certezza è sostenuta da fonti? La vicinanza che esprimo corrisponde alla relazione che intendo davvero offrire?

Una pratica di revisione

Per trovare questi passaggi possiamo chiedere aiuto proprio all’IA, con una piccola ironia che trovo calzante: usare la macchina per far emergere il sembrare che lei stessa ha contribuito a produrre. Ecco l’istruzione che vi propongo:

(PROMPT): Analizza il testo che ti incollo di seguito. Individua tutti i passaggi che chiedono fiducia a chi legge: ricordi ed episodi personali, dettagli di scena, ammissioni ed emozioni dichiarate, formule di confidenza, cifre, richiami a ricerche o all’esperienza professionale. Per ciascun passaggio indica quale garanzia richiede (esperienza vissuta, conoscenza verificata, relazione con chi legge). Limitati a elencarli, senza proporre correzioni.

A quel punto la parola torna a noi, e per ogni passaggio decidiamo se tenerlo, perché siamo in grado di sostenerlo, se riformularlo dichiarandone la natura, oppure se toglierlo.

E la mia sala riunioni? Per renderla onesta bastava poco: dichiararla come esempio, oppure sostituire quel silenzio inventato con un dettaglio che appartiene davvero alla mia memoria. In entrambi i casi il testo avrebbe continuato a sembrare, e quel sembrare avrebbe avuto finalmente qualcosa su cui poggiare.

Quando firmiamo, facciamo nostre anche le promesse nascoste nelle parole. Perciò, prima di pubblicare ha senso chiedersi: questo testo promette qualcosa che io, che lo firmo, sono davvero in grado di mantenere?