Trasparenza sì. Ma l’etica della scrittura non può diventare una verifica permanente su chi o che cosa ha scritto ogni frase
Qualche settimana fa, mentre stavo per pubblicare un articolo su Substack, mi sono trovata davanti a una possibilità nuova: sottoporre il testo a una scansione per verificare la presenza di contenuti generati dall’intelligenza artificiale. Avrei potuto disattivarla. La mia prima reazione, lo confesso, è stata proprio questa: perché dovrei accettare che qualcuno analizzi il mio testo per stabilire se l’ho scritto io?
Poi ci ho pensato e ho cambiato prospettiva. Mi sono messa dalla parte di chi legge e ho lasciato attiva la verifica.
Il risultato, nel mio caso, è stato netto: testo classificato come interamente umano. Va bene. Ma non è stato quel 100% a interessarmi. Anche perché in realtà mi ero fatta supportare da AI nella ricerca di alcuni dati.
Mi ha interessato molto di più un’altra possibilità offerta dalla piattaforma: raccontare ai lettori come lavoro, quale rapporto ho con l’intelligenza artificiale e in quali momenti può entrare nel mio processo di scrittura. Perché credo che proprio qui si trovi una delle questioni più interessanti che dovremo affrontare nei prossimi anni.
Non quanto AI c’è dentro un testo. Ma chi c’è dietro quel testo.
Credo sia giusto non liquidare troppo in fretta strumenti di verifica e rilevamento. Stiamo attraversando una fase di passaggio. In pochi anni l’intelligenza artificiale generativa è entrata nella scrittura professionale, nell’editoria, nella scuola, nella comunicazione, nelle aziende e nella produzione quotidiana di contenuti. Le regole culturali non hanno ancora avuto il tempo di sedimentarsi.
Comprendo il bisogno di sapere se un testo è stato scritto da una persona o generato da una macchina e in quale misura.
Credo anche nella trasparenza: se utilizziamo strumenti di intelligenza artificiale in maniera significativa, non vedo perché mai dovremmo nasconderlo. Nel mio lavoro posso usarli per confrontarmi su una struttura narrativa, mettere alla prova un ragionamento, organizzare materiali, esplorare possibilità, svolgere alcune ricerche o verificare alternative durante una revisione.
Ma pensiero, esperienza, contenuto e responsabilità restano miei.
La vera trasparenza, allora, non consiste tanto nel dichiarare una percentuale quanto nel poter raccontare il proprio metodo. Possiamo immaginare che tra cinque o dieci anni continueremo a sottoporre ogni articolo, libro, post a un detector per stabilire quanto sia “umano”? Io spero di no. Non soltanto perché questi strumenti restituiscono stime e non verità assolute. Ma perché sono convinta che la domanda stessa sia destinata a diventare insufficiente.
L’intelligenza artificiale entrerà sempre più nei programmi con cui scriviamo, nei motori di ricerca, negli strumenti di revisione, nei software editoriali, nelle piattaforme di comunicazione. Probabilmente smetteremo persino di accorgerci di alcuni suoi interventi.
A quel punto stabilire una frontiera netta tra testo “umano” e testo “AI” potrebbe diventare non soltanto tecnicamente difficile, ma poco utile a livello concettuale.
E allora che cosa dovremo valutare? La qualità del pensiero.
Da molti anni lavoro con le persone e con la scrittura. Saper formulare bene una frase rappresenta soltanto una parte dello scrivere. In origine, ci sono le idee. Ciò che conosciamo. Gli anni trascorsi a studiare, l’esperienza professionale, i nostri errori, i libri letti, le persone incontrate. C’è la nostra Visione del mondo, i punti di vista.
Poi arriva la scrittura.
L’intelligenza artificiale può diventare uno strumento straordinario proprio per chi possiede tutto questo. Chi ha contenuti, cultura, esperienza e competenza nella scrittura potrà usarla per lavorare meglio: confrontare possibilità, accelerare alcuni passaggi, individuare debolezze, esplorare direzioni che magari non aveva considerato. Non affideremo il nostro pensiero alla macchina, la useremo per attivare un confronto costruttivo.
Esiste però anche l’altro lato della questione.
Lo sappiamo, l’intelligenza artificiale permette già oggi a chi possiede poca dimestichezza con la scrittura di produrre testi diciamo corretti. Questa capacità crescerà. Vedremo sempre più testi ordinati, scorrevoli, con una buona sintassi di base. Anche chi possiede pochi contenuti potrà produrre pagine che sembrano competenti e approfondite.
La superficie della scrittura diventerà più uniforme.
Questo è il cambiamento di cui parliamo poco. Per decenni abbiamo utilizzato anche la qualità formale di un testo come indicatore della preparazione di chi scriveva. In futuro potrebbe non bastare più. Scrivere correttamente diventerà facile.
Avere qualcosa da dire continuerà a essere difficile.
Si sposterà proprio qui il valore.
La differenza non sarà nella corretta scelta di un aggettivo o di un tempo verbale, ma nell’originalità del vero pensiero. Nella profondità e nell’esperienza che sostiene ciò che viene affermato e scritto.
Il Manifesto etico della scrittura con intelligenza artificiale propone, a mio avviso, questo passaggio: spostare l’attenzione dallo strumento alla responsabilità di chi lo utilizza.
Un testo può essere scritto senza AI ed essere superficiale, manipolatorio, o costruito su fonti inattendibili. Un testo può essere realizzato con il supporto dell’intelligenza artificiale ed essere rigoroso e originale, coerente con il pensiero di chi lo firma.
La tecnologia, da sola, non stabilisce il valore etico del risultato. Lo stabilisce soltanto come la utilizziamo.